pensieri importanti

Domande rivoltemi all’inizio del mio servizio da parroco a Monaco di Baviera nella Parrocchia di Santa Croce

Che mi aspetto dalla chiesa?

Con il Card. Carlo Maria Martini rispondo: Che parli la lingua del cuore e della misericordia e che la sua lingua sia biblica, cioè che si capisca e sia esistenziale

In quale momento mi sento particolarmente felice: Nella Celebrazione Eucaristica, quando celebro con amici

Detti che mi hanno sempre orientato: Mi richiamo a queste saggezze:
Augustinus: In necessariis unitas, in coeteris libertas, in omnibus caritas (Nella necessità uniti, nel resto liberi, in tutto in armoniosa carità)
Hieronymus: Ignoratio enim Scripturarum ignoratio Christi est (Chi ignora la sacra Scrittura non conosce Gesù)
S. Giovanni XXIII.: Semplificare le cose complicate e non complicare le cose semplici.
Paulo VI.: Felicissimus in Domino
Frederico Mayer Zaragoza (Direttore dell‘ UNESCO): Fare meno, per fare meglio
John Major: Preferisco il dialogo seduto davanti al camino.

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Festeggiamo il 50mo di ordinazione

Raduno a Piacenza 2.4.2013

Cari amici del 50mo di ordinazione sacerdotale,

a tutti un caro saluto e un ringraziamento per la fedeltà, dono che Dio ci ha fatto. In questo spazio intendo fare delle riflessioni nel corso di quest’anno su questo tema, con vari articoli rielaborati da riviste specializzate e che hanno l’intento di aiutarci ad un approfondimento di grazia, di perdono e di apertura verso le persone che abbiamo incontrato sulla nostra vita di uomini peccatori, da qui la necessità di essere umili, ma anche forti della misericordia di Gesù che ci ha scelti a portare per le periferie del mondo la buona novella, che altro non è che Gesù stesso.

Scusate l’italiano barcollante, anche perchè da quasi 40 anni parlo prevalentemente il tedesco nella parrocchia in cui da pensionato presto gioiosamente il mio servizio.

 

 

introduzione al corso liturgico

parte prima
LITURGIA IN GENERALE

1 . Essenza e significato della liturgia

1. Liturgia: il termine e la sua storia
La parola greca leiturghia è composta dal sostantivo érgon (= opera) e dall’aggettivo léitos (= che riguarda il popolo;). Tradotta letteralmente, leiturghia significa quindi opera-del-popolo. Si intendono con ciò i servizi prestati per il bene del popolo sia da parte di cittadini benestanti sia da parte di singole città, come, per esempio, l’allestimento del coro nel teatro greco, l’armamento di una nave, l’accoglienza di una tribù in occasione di feste nazionali. Più tardi, con questa parola si intese qualunque pubblica prestazione di servizio e dal II secolo a.C. anche il servizio cultuale.
I Settanta (traduzione greca dell’Antico Testamento, dal 250 a.C. al 100 d.C. circa) usano il termine per il servizio nel tempio da parte di sacerdoti e leviti. In questo senso la parola ricorre più volte anche nel Nuovo Testamento greco (Lc 1,23; Eb 9,21; 10,11); viene però usata anche in altri sensi, come per l’attività caritativa (per esempio, 2 Cor 9,12) e il servizio degli angeli per le comunità (Eb 1,7.14). Si trova anche nel significato nostro di liturgia (At 13,2). Una sola volta Cristo viene chiamato «ministro (leiturgés) del santuario e della vera tenda» (Eb 8,2), e la sua mediazione «liturgia (leiturghía)» (Eb 8,6)’.

L’epoca post-apostolica conosce leiturghía nel senso di servizio sia per Dio che per la comunità. Lentamente, tuttavia, nell’Oriente di lingua greca l’uso della parola si restringe alla celebrazione dell’eucaristia, un significato che in Oriente si è mantenuto fino al presente. In Occidente la parola dapprima è sconosciuta, e in suo luogo vengono usate per indicare le azioni liturgiche numerose espressioni latine, che ancor oggi si trovano in testi di preghiera tradizionali2. Solo nel XVI secolo il termine “liturgia” viene introdotto anche in Occidente, soprattutto dagli umanisti, e nel XVII-XVIII secolo viene adottato anche dalle chiese della Riforma, e precisamente nel senso ampio di liturgia cristiana; così è accaduto anche nel C/C del 1917, dove si dice che è competenza unicamente della Sede apostolica «regolare la sacra liturgia e approvare i libri liturgici» (can. 125).
Per amore di completezza occorre ancora dire che i termini “liturgia” e il corrispondente aggettivo “liturgico”, usati nel senso di studio scientifico di quanto attiene al culto, sottintendono il riferimento alla parola “scienza” (in greco: epistemé), per cui la dizione completa sarebbe “scienza liturgica”. Un liturgista è quindi da distinguere da un liturgo: il primo indaga sulla liturgia nel suo divenire storico, nelle sue strutture essenziali, nei suoi contenuti, effetti e forme, mentre il secondo compie le azioni liturgiche.

2. Essenza della liturgia

Anche se il concilio Vaticano II non ha voluto fissare una definizione teologica di liturgia in senso stretto, per una retta conoscenza e pratica del fatto liturgico la cosa migliore è partire dalle affermazioni del Vaticano II, e precisamente dalla costituzione sulla liturgia, Sacrosanctum concilium, del 4 dicembre 1963, che è il risultato di un dibattito durato decenni. Le ultime due frasi dell’art. 7 possono essere considerate, dal punto di vista teologico, come affermazioni fondamentali: «Giustamente perciò la liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (SC 7).

Risulta chiaro che nella liturgia non si tratta in primo luogo di uno sforzo umano, ma della redenzione – compiuta da Dio in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo – che continua a operare. «Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché predicassero il vangelo a tutti gli uomini […], ma anche perché attuassero [exercerent], per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunziavano» (SC 6). «Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche» (SC 7).

Da queste affermazioni emerge che nella liturgia l’iniziativa parte da Dio, che in essa la storia della salvezza continua in linea diretta, e che protagonista e attore principale della liturgia è il sommo sacerdote Cristo. Per questo la liturgia è primariamente un evento di grazia, sia nella proclamazione del messaggio divino che nei sacramenti (misteri), con il mistero pasquale di Cristo in essi ripresentato. Scopo è la santificazione dell’uomo. La liturgia, come parola e sacramento, è quindi primariamente caratterizzata dalla linea strutturale discendente (linea di catabasi).

Tuttavia, questo non significa che l’uomo nell’evento liturgico possa comportarsi in modo puramente passivo. Da lui, quale creatura libera e spirituale, viene richiesta innanzitutto la disponibilità a udire e a credere, ad ascoltare e a ubbidire. La parola di Dio lo spinge alla risposta, l’amore di Dio a contraccambiare l’amore, la sua azione misericordiosa lo chiama alla lode riconoscente. Ma questa non è solo voce di un uomo singolo, ma di un membro di quella comunità che nella teologia di san Paolo è designata come corpo mistico, il cui capo è Cristo stesso. Così, all’azione salvifica di Dio risponde la lode dell’intera chiesa, alla quale si associa Cristo. Per questo nell’evento liturgico si ha anche la linea ascendente (linea di anabasi). Se Cristo viene indicato come il primo agente, il primo soggetto della liturgia, possiamo ben indicare la chiesa quale suo secondo agente, un secondo soggetto attivo. Del resto va qui considerato che la chiesa non può mai agire senza Cristo, suo capo. Su questo sfondo una prima definizione può essere la seguente: la liturgia è l’operare congiuntamente del sommo sacerdote Cristo e della sua chiesa per la santificazione dell’uomo e la glorificazione del Padre celeste. Giustamente ciò è stato designato anche come «dialogo tra Dio e gli uomini»5. Quindi la liturgia non è un percorso a senso unico, bensì un sacrum commercium, un santo scambio.

Alla luce di questa visione essenziale risulta evidente l’insufficienza di tante concezioni della liturgia. Ciò vale innanzitutto per l’idea, un tempo molto diffusa, per cui la liturgia sarebbe la somma di tutte le cerimonie e le prescrizioni (rubriche) riguardanti le azioni liturgiche. Contro questa concezione superficiale protestava già Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei (1947): «Non hanno, perciò, un’esatta nozione della sacra liturgia coloro i quali la ritengono come una parte soltanto esterna e sensibile del culto divino o come un cerimoniale decorativo; né sbagliano meno coloro, i quali la considerano come una mera somma di leggi e di precetti con i quali la gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti».

Anche in ambito protestante ci sono correnti che vogliono far passare la liturgia per l’ordinamento degli atti ufficiali o della loro «veste di preghiera»7. Una valutazione parimenti errata, che si riscontra presso taluni psicologi del profondo e sociologi, vede in essa solo dei simboli sviluppati di una socializzazione, la cui perdita (supposta) è deplorata perfino da un ateo dichiarato come Alfred Lorenzer.

Molto comune è l’equazione liturgia = culto. Questa espressione (da colére = dedicarsi a, onorare) significa in origine soltanto l’adorazione di Dio con la lode e il ringraziamento, per mezzo di segni e di simboli, attraverso il canto e la musica e con i più diversi sacrifici. Nel culto in senso stretto si tratta quindi di ciò che gli uomini, e precisamente la chiesa, fanno per onorare Dio e ottenere la grazia divina. Emerge qui la linea ascendente, 1′ actio dell’uomo. Anche Pio XII faceva propria questa concezione, scrivendo nell’enciclica Mediator Dei: «La sacra liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come capo della chiesa, e il culto che la società dei fedeli rende al suo capo e, per mezzo di lui, all’eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del capo e delle sue membra».

Veramente si deve dire, a onore dell’enciclica, che la linea discendente, che qui non appare, emerge in altri luoghi. In genere si ha l’impressione che nei documenti della chiesa la parola “culto”, contrariamente al suo significato proprio, venga intesa sempre più in un senso ampio, che comprende anche la linea discendente della santificazione. Così suona anche il nome dell’organismo romano preposto alla liturgia, costituito dopo il Vaticano II: Congregatio de cultu divino et disciplina sacramentorumi° . Il nuovo C/C del 1983, nel can. 834, ha fatto propria la concezione di liturgia della SC nei suoi due aspetti, anche se, nel concetto di cultus, sembra però considerare soltanto l’aspetto ascendente dell’adorazione: nella liturgia, nell’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo, «viene significata e realizzata… la santificazione degli uomini e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle membra, il culto di Dio [cultus Dei] pubblico integrale».

Il carattere dialogico della liturgia è del tutto condiviso anche da molti teologi evangelici. Così scrive Ernst Lohmeyer: «Ogni azione liturgica dell’uomo è solo la re-azione all’agire di Dio, la risposta alla proclamazione della sua parola»”. Peter Brunner, che conosce l’«evento della salvezza nella liturgia»’2, scrive: «La parte dell’evento spirituale della liturgia che immediatamente si rivolge a Dio si fonda esclusivamente sull’evento per il quale Dio si rivolge agli uomini offrendo e comunicando loro il suo dono di salvezza. La parola suscita la risposta, il dono di Dio suscita la dedizione degli uomini»”.

Nel tentativo di rendere la liturgia così compresa con un’altra parola, si potrebbe prendere come più appropriata l’espressione “servizio divino” o “servizio di Dio”. Solo non si deve considerare il genitivo “di Dio” unicamente come genitivo oggettivo, ma anche come genitivo soggettivo, e cioè non solo la comunità serve Dio, ma anche Dio “serve” gli uomini, dona loro il “servizio della salvezza” in Cristo, il quale ha detto appunto di non essere venuto «per farsi servire, ma per servire…» (Mt 20,28; Mc 10,45). In questo senso Peter Brunner intitola due capitoli del suo contributo per il manuale evangelico Leiturgia: «Il servizio divino come il servizio di Dio alla comunità» e «Il servizio divino come servizio della comunità dinanzi a Dio»

Una liturgia così compresa fa parte delle manifestazioni essenziali della vita della chiesa; insieme con l’annuncio della fede (martyria) e con il servizio della carità (diakonía), essa è una funzione fondamentale della chiesa. La costituzione sulla liturgia, del concilio Vaticano II, non esita ad assegnarle il rango più alto, parlando del «culmine verso cui tende l’azione della chiesa» e della «fonte da cui promana tutta la sua virtù» (SC 10). «Nessun’altra azione della chiesa» raggiunge la sua efficacia «allo stesso titolo e allo stesso grado» (SC7). Sono superlativi che sulle prime hanno fatto difficoltà anche ad alcuni padri del concilio e teologi. Se si considera tuttavia che la liturgia nasce dal mistero pasquale di Cristo e ne attualizza i frutti (santificazione degli uomini e suprema glorificazione di Dio), allora veramente non si può citare alcun’altra attività della chiesa più preziosa, più efficace e più necessaria, assegnando naturalmente, tra i singoli ambiti della liturgia, il primo posto all’eucaristia. Un apprezzamento ugualmente elevato si ritrova del resto anche presso teologi evangelici. Così scrive Karl Barth: «La liturgia cristiana è la cosa più importante, più urgente e più sublime che può accadere sulla terra»”.

L’alta dignità riconosciuta alla liturgia non significa tuttavia alcuna pretesa di esclusività nell’ambito della vita ecclesiale. Il concilio sa che prima di essa ci devono essere molte altre cose come, per esempio, l’annuncio missionario, la conversione, l’adesione dell’uomo a Cristo e la disponibilità alla comunione con i fratelli. L’attività liturgica inoltre non può richiudersi in se stessa. Chi nella liturgia e attraverso di essa viene sempre maggiormente incorporato a Cristo sa di essere tenuto, sul suo esempio, a operare per la salvezza di tutti gli uomini. La liturgia fornisce la giusta motivazione e la forza per superare l’egoismo e per dedicarsi disinteressatamente al servizio del prossimo e alla salvezza del mondo intero. Il dono ricevuto nella liturgia non può mai condurre all’autosufficienza, ma deve diventare impegno nel e per il regno di Dio. In tal modo appare nettamente svuotata di senso l’obiezione per cui la valorizzazione della liturgia porterebbe al «deprezzamento della vita cristiana» o ad un «ritiro in sacrestia». Essa infatti, da un lato, realizza l’irrinunciabile linea “verticale” (uomo-Dio) e, dall’altro, dà la forza e fa sentire l’obbligo a perseguire correttamente la linea “orizzontale” (uomo-prossimo-sviluppo del mondo).

3. Ambito (settori) della liturgia

La liturgia, intesa come servizio divino dialogico, offre un molteplice quadro di forme espressive. Al centro, incontrastata, sta la celebrazione eucaristica con la ripresentazione salvifica del mistero pasquale di Cristo. Poiché l’evento di redenzione della morte e risurrezione di Cristo è il fondamento e la fonte di tutta la liturgia, tutte le celebrazioni liturgiche sono in certo qual modo riferite all’eucaristia, trovano in essa regola e coronamento, e si dispongono come centri concentrici attorno a questo loro centro. Questo carattere centrale dell’eucaristia è sottolineato anche dal teologo evangelico Peter Brunner: «La celebrazione eucaristica è il centro nascosto e vivente di tutte le celebrazioni. Se ci si stacca da questo centro e la celebrazione della santa Cena non rimane più il perno che regge l’intera vita liturgica, le celebrazioni, private del loro centro, saranno necessariamente esposte all’atrofia e al degrado»

Così attorno all’eucaristia si dispone la celebrazione degli altri sacramenti; primi in ordine di tempo i sacramenti della rinascita (iniziazione), battesimo e confermazione, che introducono il credente nella comunità della chiesa con tutti gli effetti di grazia che questo processo comporta. Il sacramento della penitenza e l’unzione degli infermi vengono in aiuto del cristiano in particolari situazioni. L’ordine e il matrimonio sono una chiamata e una abilitazione, di volta in volta, a particolari servizi nella chiesa (“sacramenti di stato”). Importante settore della liturgia è l’annuncio della parola di Dio nella proclamazione e nell’omelia, sia in connessione con la celebrazione di tutti i sacramenti sia come liturgia della Parola a sé stante. Il concilio Vaticano II parla della «mensa della parola di Dio», che si era deciso di preparare con maggiore abbondanza (SC 51). Una funzione importante spetta anche alla liturgia delle Ore nella chiesa quale quotidiana liturgia di preghiera e di lettura. Appartengono inoltre alla liturgia anche i sacramentali (soprattutto le diverse benedizioni e la liturgia delle esequie).

Il concilio Vaticano II distingue, dal punto di vista terminologico, in modo chiaro tra la liturgia regolata dal rito romano e altre celebrazioni liturgiche. Forme devozionali, processioni o incontri di preghiera, non regolamentate secondo il rito romano, fanno parte o di «celebrazioni liturgiche delle chiese particolari [sacra exercitia], che vengono compiute per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati» e che, dal punto di vista teologico, si potrebbero indicare come liturgia diocesana, oppure di «pii esercizi del popolo cristiano [pia exercitia]» (SC 13)17. In quanto le celebrazioni liturgiche regolate dal rito romano sono centrali per l’edificazione della chiesa è comprensibile che il concilio insista sul fatto che le altre celebrazioni liturgiche devono «essere in armonia con la sacra liturgia», la quale però «è per sua natura di gran lunga superiore» (SC 13).

Un controllo centrale della liturgia fin nelle sue più piccole particolarità, come si può notare specialmente a partire dal concilio di Trento, ha certo i suoi lati positivi in quanto aiuta a impedire eccessi ed errori. Tuttavia, il centralismo universale non può essere considerato come principio essenziale della liturgia. Esso è chiaramente contraddetto già dallo sviluppo liturgico nei primi secoli della chiesa. La definizione ufficiale di ciò che può essere considerato liturgia, e quindi preghiera della chiesa, non costituisce un giudizio assoluto sul valore spirituale, ecclesiologico e teologico di altre assemblee liturgiche. Dovunque si raduni una chiesa particolare sotto la guida del suo vescovo o anche una singola comunità o gruppo di battezzati in sintonia con l’insegnamento della chiesa, per l’ascolto della parola di Dio, la preghiera e il canto comunitari, lì è presente Cristo sommo sacerdote (cfr. Mt 18,20). Per questo anche una tale celebrazione è permeata dal mistero pasquale e comporta la glorificazione di Dio e la salvezza di coloro che vi partecipano. In modo analogo, perciò, anche per una simile celebrazione può essere corretta la designazione di liturgia.

4. Agente (soggetto) della liturgia

Dalla considerazione dell’essenza della liturgia è già emerso chiaramente che i due soggetti essenziali del culto cristiano sono Cristo e la chiesa. Nella concreta celebrazione liturgica la chiesa agisce tramite la comunità concreta che celebra. In essa assumono un ruolo particolare i ministri costituiti tali in forza del sacramento dell’ordine nei suoi tre gradi, ossia i vescovi, i presbiteri e i diaconi. Alcune azioni liturgiche sono riservate esclusivamente a essi, non solo per una semplice determinazione giuridica, ma sulla base del potere sacramentale. Anche i laici, però, in forza del loro sacerdozio universale ricevuto nel battesimo e nella confermazione, sono soggetti della liturgia, sono un «sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (1 Pt 2,5; cfr. anche v. 9). Ogni singolo fedele è quindi chiamato, nelle azioni liturgiche, ad aprirsi alla parola di Dio, a unirsi e a collaborare alla preghiera di lode, di ringraziamento e di domanda della comunità e, durante e dopo la celebrazione, a essere testimone di Cristo nella fede, nella speranza e nell’amore.
Il concilio Vaticano II esprime questo atteggiamento con la parola «partecipazione attiva – participatio actuosa» parla, in almeno 16 passi, di questo essenziale atteggiamento dei credenti e lo determina più esattamente come partecipazione piena, consapevole, attiva, devota e comunitaria che è richiesta dalla natura della liturgia, e alla quale il popolo cristiano «ha diritto e dovere in forza del battesimo» (SC 14). Anche se l’intima partecipazione spirituale dell’anima è indispensabile e deve stare al primo posto, tuttavia essa, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, richiede anche un’espressione corporale, visibile e sensibile. Questa partecipazione attiva può articolarsi in molte forme ed espressioni, come, per esempio, in acclamazioni, risposte, preghiere e canti di stili diversi, in posizioni corrispondenti come inchinarsi, genuflettere e inginocchiarsi, stare in piedi e sedere, in gesti delle mani e azioni esteriori come il presentare i doni eucaristici e le offerte caritative. L’ascoltare e il guardare attentamente, ed eventualmente anche il tacere meditativo non possono mancare in questo elenco (cfr. SC 30). Senza dubbio è un importante compito pastorale-liturgico rendere possibile ai fedeli tale partecipazione alla liturgia e spiegarne il senso profondo.

Tra i laici come agenti della liturgia assumono un particolare ruolo alcuni gruppi. SC 29 ricorda espressamente che «i ministranti, i lettori, i commentatori, e i membri del coro svolgono un vero ministero liturgico». A essi sono da aggiungere i ministri straordinari della comunione e gli incaricati di presiedere le celebrazioni in assenza del sacerdote, gli organisti, i cantori e in certo senso anche i sacrestani e gli addetti al culto. Senza dubbio tali servizi presuppongono, accanto alla necessaria conoscenza tecnica, una buona formazione liturgica”.

Un particolare significato ha anche il “gruppo liturgico”, che come commissione del consiglio parrocchiale, in stretta collaborazione con i sacerdoti della parrocchia, si adopera per una messa in opera ottimale della liturgia.

eccomi a voi

foto presentazione
• Il mio nome è Orazio Bonassi. Sono un sacerdote cattolico nato a Rezzato (Brescia) e cittadino tedesco.
• A Monaco di Baviera ho trascorso la maggior parte del mio apostolato da parroco.
• Intendo con questo mio blog mettere l’esperienza di ben 50 anni di sacerdozio a servizio di quanti ne vorranno ricavare vantaggio, specialmente i laici.
• A dirvi la verità è da molto tempo che mi chiedo se ha un significato iniziare e portar avanti questo mio sito. Ce ne sono già tanti e fatti bene.
• Ora mi son deciso di farlo almeno per quanti mi conoscono, in modo particolare vorrei accompagnare i laici, per incoraggiarli e mettermi a loro disposizione.
• Il mio sito vuol essere positivo. Di negatività ce ne son già troppe nel mondo. Allora invito tutti ad un cammino gioioso alla ricerca della PAROLA di VITA.