27 domenica dell’anno B

La mia predica domenicale

27.  Domenica del T.O. – B –  7.10.2018 

L’amore umano emana sempre un fascino discreto ma possente, scontato ma misterioso, conosciuto ma inesauribile. Appare sempre unico e irrepetibile per ogni protagonista. La Parola ha qualche cosa da dire su questo splendido e delicato, forte e fragile mistero.

In epoca biblica, pur non essendoci per gli ebrei nessuna cerimonia religiosa ufficiale per il matrimonio, l’amore dei due coniugi conteneva e rappresentava l’amore di Yhwh per il suo popolo e del popolo per Yhwh: ciò era ben illustrato dagli scritti di Osea, di Ezechiele, dal Cantico dei Cantici, ecc.

Il Cantico aveva espresso la singolarità assoluta dell’amore umano. un’espressione, in particolare, andrebbe considerata: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!» (Ct 8,6). Mentre l’immagine del sigillo indica totale appartenenza, l’immagine della morte indica la totale irreversibilità.

Se il pensiero teologico dell’Antico Testamento ha sempre camminato verso una visione monogamica e fedele dell’amore sponsale, la prassi non è stata altrettanto chiara. La legge, che permetteva la poligamia e il ripudio, fu oggetto di critica da parte dei profeti. Il Deuteronomio, infatti, provvedeva a regolarizzare la situazione del matrimonio non realizzato: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa» (Dt 24,1).

 

Il profeta Ezechiele aveva capito molto bene l’incongruenza «teologia-diritto» su tanti temi della vita e scrisse una affermazione durissima: «Allora io diedi loro persino leggi non buone» (Ez 20,25a).

 

Sommariamente, questo è il quadro in cui si colloca la discussione tra i farisei e Gesù (Vangelo: Mc 10,2-16). I farisei chiedono al Maestro se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Gesù risponde come un rabbino, facendo una domanda. Dopo la risposta tratta da Mosé (Dt 24,1) e giuridicamente impeccabile, Gesù si schiera dalla parte di Ezechiele: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma». Poi, articola la sua riflessione su due brani veterotestamentari:

  • Gen 1,27 («Dio li creò maschio e femmina») e
  • Gen 2,24 («Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne»). Quest’ultima citazione è tratta dalla prima lettura (Gen 2,18-24).

La pagina della Genesi manifesta il sogno di Dio sulla coppia ed è profezia, ripresa da Gesù per ripristinare i valori fondamentali della coppia, attenuati o spenti dalla legge anticotestamentaria di Mosè a causa della «durezza» del cuore degli uomini.

Allora Gesù vuole tutti perfetti? L’obiettivo da raggiungere è senz’altro la perfezione, ma nella concretezza della vita chi ha avuto cinque talenti, ne deve dare dieci, ma chi ne ha avuti solo due, basta che ne dia quattro. La perfezione sta nella «proporzionalità»: le monetine che la vedova dona al tempio sono molto più preziose dei tanti soldi dati dai ricchi. Gesù propone la perfezione. C’è chi si avvicina e la raggiunge. C’è chi si avvicina soltanto perché di più non riesce proprio a fare (cf. papa Francesco in Amoris Laetitia).

 

Il Vangelo: La liturgia ha voluto costruire un’unica pericope con due brani che esegeticamente sono distinti.

  • Mc 10,2-12 presenta il tema del ripudio,
  • mentre Mc 10,13-16 presenta il bambino come modello di colui che sa accogliere il Regno.

L’unione delle due pericopi (Mc 10,2-12 + Mc 10,13-16 = Mc 10,2-13) obbliga il lettore a far dialogare il tema del matrimonio con il tema del bambino.

Questo dato si può articolare in modi diversi:

  • il matrimonio è aperto alla vita;
  • il matrimonio è vissuto nella logica del Regno;
  • il matrimonio vissuto con la semplicità e la fiducia del bambino, ecc.

Non c’è differenza tra testo biblico originale e testo biblico-liturgico, fatto salvo il solito incipit, «In quel tempo». Gesù, pur messo alla prova, non vuole schierarsi. L’amore coniugale è una cosa troppo seria per essere sottoposta ai giochi della legge, anche se di leggi può averne bisogno.

L’essenza dell’amore coniugale non si trova nell’uomo (che ha il cuore duro), ma si trova in Dio che «è amore» (1 Gv 4,8). E poiché Dio è amore fedele e indefettibile, una scintilla di Lui è stata posta nei coniugi. Questo è il pensiero che anima il testo paolino di Ef 5,21-33. Gesù rilegge il racconto delle origini, Gen 1,27; 2,24, come l’insegnamento (in ebraico, Toràh, significa insegnamento) che veicola l’interpretazione delle norme.

Le norme di Mosè, per la durezza del cuore umano, permettono la rottura dell’amore sponsale. Nel libro della creazione, però, Dio non ha mai scritto questo. Gesù, dunque, non ammette il ripudio.

Il missionario cristiano che predica a Roma (Pietro e/o chi per lui) sapeva benissimo che nella cultura ebraica solo l’uomo poteva ripudiare la moglie, perciò, adegua il pensiero di Gesù alla situazione giuridico-culturale della capitale dell’impero (dove sia l’uomo sia la donna potevano rompere il matrimonio).

Il risultato è chiaro: sia l’uomo sia la donna sono invitati a non ripudiare il coniuge. La Parola di Dio, tuttavia, ammette la separazione (cf. 1 Cor 7,10). Come la separazione, anche la permissività del comandamento mosaico del ripudio non è ordinata al matrimonio, ma alla fragilità umana.

L’accoglienza dei bambini da parte di Gesù (Mc 10,13-16) rappresenta qualche cosa di straordinario nel mondo palestinese di allora (erano gli «ultimi» della società insieme alle donne, agli schiavi e ai forestieri).

Per Gesù la «gratuità» del Regno è più vicina al bambino che non agli altri. Accogliere il Regno come un bambino equivale, da una parte, a rinunciare alla ricerca del prestigio, della potenza, della ricchezza e della sicurezza, dall’altra ad accogliere la proposta di Dio come puro dono, obbedendogli e attendendo il compimento della sua volontà.

L’abbraccio e l’imposizione delle mani hanno un doppio significato. Gesù accoglie nel Regno i bambini e contemporaneamente esaudisce il desiderio di coloro che sono responsabili dei bambini (verosimilmente si tratta dei genitori). La coppia ama i bambini. Nell’amore genitoriale per i piccoli c’è già la premessa esperienziale del Regno: accettare il bambino e tutto il suo mondo costituisce un segno della disponibilità ad accettare il Regno e tutto ciò che esso comporta.

La prima lettura: La prima lettura spiega come Dio aveva desiderato l’amore coniugale. All’origine di questo amore c’è lui. La coniugalità si esprime in una sessualità complementare (Gen 2,18-25), unitiva e feconda (Gen 1,26-28).

Al tempo di Gesù molti rabbini ritenevano che questa Torah ( = insegnamento) avesse più valore di qualunque altra norma sorta dopo l’episodio del vitello d’oro.

Altri, invece, pensavano che le norme fossero tutte uguali e si avvalevano di quelle sul ripudio, senza sentire l’incongruenza tra l’azione creatrice di Dio e le norme successive date da Mosé «per la durezza» del loro cuore.

La seconda lettura: Con questa domenica inizia la lettura antologica della Lettera agli Ebrei, che i biblisti contemporanei, sulla scia di Agostino, definiscono non una lettera, non agli Ebrei, non di Paolo. Lo scritto ispirato sembra piuttosto una splendida omelia sul sacerdozio di Cristo.

Il testo di Eb 2,9-11 illustra, attraverso una riflessione sul Sal 8, la natura umana («fu fatto di poco inferiore agli angeli») del Maestro che si è fatto fratello dell’uomo, con la sua morte e risurrezione ha donato la salvezza a tutti.

L’orazione è incentrata sulla pagina evangelica di Marco nella quale è proposto l’insegnamento di Gesù sul matrimonio. Egli, alla questione posta da alcuni farisei che alludono alle procedure della legge (l’atto di ripudio), risponde rimandando all’intenzione originaria del Creatore, così come emerge nel racconto di Genesi che questa domenica opportunamente propone come prima lettura in relazione con la pericope evangelica.

Sintetico ed efficace il commento che ne fa papa Francesco nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia:

 

«Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia. Questo è il secondo dettaglio che possiamo rilevare: Adamo, che è anche l’uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta, insieme con sua moglie dà origine a una nuova famiglia, come ripete Gesù citando la Genesi: “Si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne” (Mt 19,5; cf. Gen 2,24).

 Il verbo unirsi nell’originale ebraico indica una stretta sintonia, un’adesione fisica e interiore, fino al punto che si utilizza per descrivere l’unione con Dio: “A te si stringe l’anima mia” (Sal 63,9), canta l’orante. Si evoca così l’unione matrimoniale non solamente nella sua dimensione sessuale e corporea, ma anche nella sua donazione volontaria d’amore. Il frutto di questa unione è “diventare un’unica carne”, sia nell’abbraccio fisico, sia nell’unione dei due cuori e della vita e, forse, nel figlio che nascerà dai due, il quale porterà in sé, unendole sia geneticamente, sia spiritualmente le due carni» (n. 13).

 

Nel disegno di Dio l’unione dell’uomo e della donna appare essenzialmente come dono:

  • il dono che Dio offre (Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda);
  • il dono che l’uno diventa per l’altra (è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne);
  • il dono che apre cuore e vita, che genera, accoglie, educa. Proprio per questo nessuno deve dividere quello che Dio ha congiunto. Sarebbe un’azione «diabolica» nel senso letterale, che genera divisione non solo tra uomo e donna, ma tra questi e il disegno di Dio.

 

XXVII Domenica T.O. 7 ottobre – Genesi 2,18-24 – Ebrei 2,9-11 – Marco 10,2-16

 Non casi legali, ma storie umane

Il Vangelo è il libro più saggio e intelligente che esista. Siamo noi uomini, più spesso gli uomini religiosi, a ridurlo stupidamente a libro di regole e di comportamento. E infatti sono proprio degli uomini religiosi, alcuni farisei, a interrogare Gesù su una questione, quella del divorzio, controversa e spinosa.

Interrogano Gesù in modo stupido, perché pongono tutto su una questione di regole: è lecito a un marito ripudiare la propria moglie?

E’ lecito… per questi uomini le fatiche delle persone sposate e le crisi matrimoniali sembrano casi legali, non storie; li trattano come casi per i quali occorre conoscere le norme da applicare. Per loro tutto resta racchiuso nella domanda: si può o non si può fare?

Se è permesso sei a posto con la coscienza e con Dio, perché sei in regola.

Se non si può, allora sono guai e sei tagliato fuori.

Vizio vecchio e sempre attuale quello di ridurre tutto a una regola da osservare. Come quelli che si sentono a posto perché non fanno niente di male, ma non si chiedono quale bene stanno facendo.

O come quelli che chiedono qual è il minimo di frequenza al catechismo per “avere” il sacramento.

Ma a Gesù la questione legale non interessa, perché la vita e le relazioni non sono casi ma storie. Così come la fede e i sacramenti non sono premi che si ottengono con la raccolta punti. Gesù sposta la questione su un piano più alto, richiamando il disegno di Dio sulla coppia umana. Gesù risale all’origine, al cuore e al desiderio di Dio, che viene prima di ogni norma o legislazione: il desiderio di Dio è che l’uomo e la donna che si legano in alleanza diventino una cosa sola. Non sono più due, ma una carne sola.

Gesù chiude il dialogo con i discepoli abbracciando dei bambini. Coloro che non hanno diritti né un ruolo nella società. Rappresentano tutti quelli che sono ai margini. Sembra che il Vangelo ci voglia aiutare a rispondere a una domanda seria e profonda:

  • E chi non riesce a vivere la misura alta del Vangelo”?
  • Chi non riesce a mantenere le promesse fatte e si scopre fragile e peccatore?

Se il Vangelo fosse una legge come intendono i farisei, chi ha sbagliato sarebbe fuori: imperdonabile, escluso dalla comunione.

Ma Gesù si pone sul piano del Vangelo, che è buona notizia, una parola che spinge a un amore più grande e risolleva chi ha fallito nell’amore, perché possa riprendere la strada. Il Vangelo è misericordia. Gesù ci indica la strada: siamo chiamati a proclamare con forza l’altezza e la bellezza del Vangelo.

Il matrimonio cristiano è storia d’amore fedele: l’essere una carne sola per essere segno dell’amore di Dio.

Gesù però sa bene che la relazione tra uomo e donna va misurata sui tempi lunghi di una storia d’amore, nella quale possono avvenire cadute e crisi. Proprio in queste storie ferite la Chiesa come Gesù è chiamata a chinarsi sugli ultimi e i piccoli con grande umiltà e dolcezza.

Come ha ricordato Francesco: «Noi siamo chiamati a essere Chiesa che senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del sacramento del matrimonio, non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini».

 

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Autore: Bonassi Orazio

Nato a Rezzato in Provincia di Brescia il 27.maggio 1941 Cittadino Tedesco e appartenente al Clero della arcidiocesi di Monaco di Baviera. Ordinato Sacerdote a Brescia il 25 giugno 1966. Residente a Kammlach.